Pane, pizza e croissant: i nuovi “chef”

Ad Osimo pasticceri e panettieri provetti con il corso della Confartigianato

Osimo. Focacce fragranti, dolci crostate, invitanti bignè. E ancora croissant, maritozzi, torte al pan di spagna e sfiziosi pasticcini. Una grande soddisfazione quella dei corsisti della Confartigianato che, sotto la guida di esperti del settore, hanno appreso le basi della lavorazione di pane, pizza e paste dolci sfornando una gustosa carrellata di delizie.

Si è concluso ad Osimo il corso di pasticceria e panificazione organizzato dalla Sinca Confartigianato, tenutosi presso la Panetteria Moderna di Luigi Sopranzetti.

Alcuni componenti del corso per pasticceria e panificazione organizzato dalla Confartigianato
Alcuni componenti del corso per pasticceria e panificazione organizzato dalla Confartigianato

Una iniziativa formativa per conoscere da vicino il mestiere e per cimentarsi nella preparazione di appetitose bontà. Dopo una introduzione sulle differenti tipologie di farine, argomento delle lezioni sono state le tecniche di preparazione del pane, a lievitazione naturale, con la biga e con pasta di riporto; la pizza da forno e i maritozzi; come si lavorano pasta sfoglia e pasta frolla.

Diventare fornaio o pasticcere, mestieri altamente richiesti, può rappresentare una carta da giocare per il proprio futuro lavorativo. La Confartigianato periodicamente organizza momenti di formazione professionale mirati sul territorio, a cui si aggiungono anche corsi di avviamento di attività alimentare. Per informazioni: Sinca Confartigianato  – 071 2293273.


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Mascherine usa e getta: nuovo rifiuto 2.2

Una stima parla di quasi due miliardi che finiranno quest’anno negli oceani del mondo


Camerano, 5 aprile 2021 – L’allarme arriva dal Regno Unito, dove una recente analisi condotta dalla North London Waste Authority ha evidenziato come ogni settimana in quel Paese vengano usate e gettate via 102 milioni di mascherine usa e getta. Per rendere l’idea, ricoprirebbero un campo di calcio per ben 232 volte, come scrive la giornalista Francesca Mancuso su greenMe.

Purtroppo è vero: le mascherine usa e getta, quelle che ci proteggono dal virus, sono diventate il rifiuto più importante nell’arco dell’ultimo anno e mezzo. Un rifiuto, per intenderci, che ha superato di gran lunga quello delle bottiglie e dei sacchetti di plastica di cui stiamo per liberarci. Un rifiuto, insieme ai guanti in lattice, che la gente abbandona ovunque: per strada, nelle piazze, nei giardini pubblici, nei campi, lungo i sentieri di montagna, in spiaggia, in alto mare.

Un rifiuto che nessuno smaltisce per paura di un eventuale contagio o, più semplicemente, per menefreghismo. Una negligenza imperdonabile che, a livello trasversale, va imputata sia alla maleducazione delle persone sia all’indifferenza degli enti e delle imprese che dovrebbero smaltirle. Tanto che lo studio britannico, nell’invitare ad affrontare il problema che ormai è mondiale, suggerisce di rivederne la produzione invitando ad utilizzare prodotti biodegradabili.

Un problema serio, dunque, che riguarda tutti e che va risolto al più presto. Ho provato, nel mio piccolo, a testare quanto serio possa essere davvero. L’ho fatto, semplicemente, fotografando le mascherine abbandonate lungo il percorso che faccio abitualmente a Camerano, dove vivo, portando a spasso il mio cane. Un percorso di circa un chilometro e mezzo lungo un tratto di Via Loretana, l’area cani nei giardinetti di Via Scandalli, il parco degli orti. Risultato: ne ho incrociate una trentina. In foto la testimonianza di parte di esse.

Considerato che in Italia i Comuni sono oltre settemila, non è così empirico dire che in totale, in un solo chilometro e mezzo di essi, si siano accumulate come rifiuto oltre 237mila mascherine. Se si moltiplica il dato per tutti i possibili chilometri e mezzo percorribili in ogni Comune, si arriverà ad una cifra stratosferica di mascherine abbandonate sul territorio nazionale. Stimiamo, al ribasso, non meno di una decina di milioni? Sono convinto siano di più.

Una stima dello studio britannico parla di quasi due miliardi di mascherine che quest’anno finiranno negli oceani del mondo. Che facciamo, le lasciamo lì? Educare ad un sano e corretto smaltimento due miliardi di cretini, lo vedo poco percorribile. Chiamare a raccolta Greta Thunberg e i suoi seguaci ambientalisti, altrettanto. Finirà come con la plastica: spenderemo miliardi di euro per sbarazzarcene, e tutto grazie alla stupidità e alla maleducazione di tante persone. Le stesse che ogni giorno si lamentano dell’immane spesa pubblica destinata all’ambiente.

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