La fatica improba del giornalismo d’inchiesta

Ferruccio de Bortoli chiude la 5^ edizione della rassegna marchigiana organizzata dallo Juter Club di Osimo. Gianni Rossetti, direttore artistico, fa il punto sul futuro incerto dell’informazione

Osimo. Presenze da record per la serata conclusiva del Festival sul giornalismo di inchiesta curato dal circolo Juter Club. Osimo è stata l’ultima tappa di un tour che ha coinvolto, durante la scorsa settimana, le città di Camerano, Montefano e Filottrano. Il suggestivo scenario del Chiostro di San Francesco, location scelta dal Cna locale, non è riuscito ad accogliere per intero la fiumana di gente accorsa per assistere all’evento. Unica nota stonata, l’assenza del primo cittadino Pugnaloni, assente all’iniziativa che pure vanta il patrocinio del Comune.

Ferruccio de Bortoli a Osimo ha parlato di Brexit, banche e immigrazione
Ferruccio de Bortoli a Osimo ha parlato di Brexit, banche e immigrazione

A calcare il palco per la chiusura della kermesse è stato Ferruccio de Bortoli, nome di spicco nel panorama economico nazionale. E di economia, infatti, si è parlato durante l’affollato incontro di ieri sera, attraverso un’ampia panoramica che ha chiamato in causa l’Unione Europea, l’immigrazione, il sistema bancario locale e internazionale.

De Bortoli è stato l’ultimo dei numerosi ospiti intervenuti al Festival organizzato dal circolo osimano. Gianluigi Nuzzi, Gianluigi Paragone e Filippo Nanni si sono succeduti nelle serate di lunedì, giovedì e venerdì scorsi, introdotti da alcuni tra i più noti volti del giornalismo marchigiano.

Mercoledì, è stata invece la volta di Emilo Casalini ed Emanuele Bellano, docenti d’eccezione al corso di formazione che si è svolto presso l’Hotel La Fonte. I giornalisti ospiti delle serate non hanno percepito il gettone di presenza ma solo il rimborso spese riguardante il pernottamento e i pasti.

Grande affluenza di pubblico intervenuto ad Osimo per ascoltare Ferruccio de Bortoli
Grande affluenza di pubblico intervenuto ad Osimo per ascoltare Ferruccio de Bortoli

Filo conduttore dell’intera programmazione è stato, come dice lo stesso nome del Festival, il giornalismo d’inchiesta, il “mestieraccio” per antonomasia nel mondo dell’informazione. Ma in una realtà, come quella attuale, dove impera indiscussa la velocità, è ancora possibile parlare di giornalismo di inchiesta? Lo abbiamo chiesto a Gianni Rossetti, ex presidente e consigliere dell’Ordine dei giornalisti delle Marche, ora a capo della scuola di giornalismo di Urbino, nonché direttore artistico del Festival osimano.

“Il mestiere del giornalista non ha più una fisionomia precisa come vent’anni fa – ha commentato Rossetti –. Negli anni si sta trasformando in una professione totalmente nuova, dai tratti sempre più mobili. La notizia oggi circola sui social con una rapidità incontrollabile e il giornalista è costretto a rincorrerla da dietro lo schermo. Basti pensare – ha continuato – che in una diretta Facebook Renzi raggiunge in un secondo oltre 30 mila contatti e altrettanti ne contano i tweet”.

Di gran lunga superati i tempi in cui il giornalista aveva la funzione elitaria di ponte tra la notizia e il pubblico, oggi la sua autorità viene meno di fronte alle rivoluzionarie armi del web e una qualsiasi fotocamera prende il posto non solo di una telecamera professionale – “quelle di una volta – dice Rossetti – che costavano minimo 80 milioni di lire” – ma di un’intera macchina da lavoro redazionale.

Il direttore artistico della rassegna Gianni Rossetti, intervistato dalla nostra Lucia Principi
Il direttore artistico della rassegna Gianni Rossetti, intervistato dalla nostra Lucia Principi

Pur in uno scenario desolante, il giornalismo di inchiesta ha ancora il suo ruolo di perno, ma per essere riconosciuto è costretto a una fatica improba. “Report (trasmissione condotta su Rai3 da Milena Gabanelli), è uno degli ultimi modelli che ancora resiste – continua Rossetti –. Ma è impossibile quantificare il lavoro necessario a portare a casa quelle quattro o cinque inchieste all’anno. Ciò che rischiamo di perdere, abbandonandoci a questo vortice impazzito, è la credibilità del mestiere”.

Professionalità, basi solide, duttilità, conoscenza dei vari canali di comunicazione che consentano di contrastare il germe dell’approssimazione sono le uniche armi in grado di risollevare le sorti del giornalismo di inchiesta.

“È questo che cerca di fare il Festival osimano – ha concluso Rossetti – offrendo spunti di riflessione ma anche momenti di formazione e aprendo le porte al mondo dei giovani. Perché è proprio da loro che tutto il lavoro parte, da ragazzi che si autotassano, sottoscrivendo la tessera del circolo e sostenendo altre spese, pur di dar vita a momenti culturali di un certo spessore”.

Lunga vita a eventi di questo tipo, allora, ultimi barlumi di speranza da rivolgere a un futuro più che mai incerto, nell’attesa di finire come l’Alberto Sordi di “Io e Caterina”, succubi di un vortice artificiale che fagocita ogni libertà umana.


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

“Perché noi siamo amore…”

Giornata di San Valentino 2021


Camerano, 14 febbraio 2021 – Facciamo un po’ di storia sulla festa degli innamorati senza arrivare a scomodare l’antica Roma dei Cesari. La leggenda narra che il santo avrebbe donato a una fanciulla povera una somma di denaro necessaria come dote per il suo sposalizio, che, senza di questa, non si sarebbe potuto celebrare, esponendo la ragazza priva di mezzi e di altro sostegno al rischio della perdizione. Il generoso dono – frutto di amore e finalizzato all’amore – avrebbe creato la tradizione di considerare il santo vescovo Valentino come il protettore degli innamorati.

La più antica Valentina di cui sia rimasta traccia risale al XV secolo e fu scritta da Carlo d’Orléans, all’epoca detenuto nella Torre di Londra dopo la sconfitta alla battaglia di Agincourt (1415). Carlo si rivolge a sua moglie (la seconda, Bonne di Armagnac) con le parole: Je suis desja d’amour tanné, ma tres doulce Valentinée… (Sono già malato d’amore, mia dolcissima Valentina).

Inoltre, alla metà di febbraio si riscontrano i primi segni di risveglio della natura; nel Medioevo, soprattutto in Francia e Inghilterra, si riteneva che in quella data cominciasse l’accoppiamento degli uccelli, quindi l’evento si prestava a essere considerato la festa degli innamorati.[

A dare impulso alla festa, soprattutto nei paesi di cultura anglosassone, e per imitazione anche altrove, è stato lo scambio di valentine, bigliettini d’amore spesso sagomati nella forma di cuori stilizzati o secondo altri temi tipici della rappresentazione popolare dell’amore romantico: la colomba, l’immagine di Cupido con arco e frecce… (nella foto, Amore e Psiche, particolare della scultura del Canova). La Greeting Card Association ha stimato che ogni anno venivano spediti il 14 febbraio circa un miliardo di biglietti d’auguri. Si è andati avanti così fin quasi alla fine degli anni 2000, anche grazie ad alcuni imprenditori statunitensi come Esther Howland che iniziarono a produrre biglietti di san Valentino su scala industriale.

Oggi non si fa quasi più, gli innamorati del 2020 preferiscono scambiarsi scatole di cioccolatini, fiori, qualche gioiello. Senza dimenticare miliardi di frasi sdolcinate scambiate via Whatsapp e Instagram.  E impazza festeggiare al ristorante. Pienissimi quest’anno, ma a pranzo e non più a cena per via della pandemia.

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C’è chi condanna questa festa additandola come un’operazione puramente commerciale, ma sono per larga parte innamorati delusi o cornuti traditi. Altri, sostengono che se ami qualcuno devi dimostrarlo tutto l’anno e non solo il 14 febbraio.

Sia come sia, e che piaccia o no, è indubbio che l’amore muova il mondo: “l’amor che move il sole e l’altre stelle”, scriveva Dante Aligheri nell’ultimo verso della sua Divina Commedia. E se lo diceva lui…

Che esista un giorno deputato a celebrare l’amore, alla fine, non fa male a nessuno. Ed è giusto che i nostri ragazzi – ma vale per tutti gli innamorati e le coppie del mondo – possano sognare e pensare l’amore che stanno vivendo come unico, irripetibile e per sempre. Certo, è uno dei più grossi inganni che l’esistenza possa riservare, ma non diciamoglielo mai.

Perché viverlo, l’amore, produce il più grande stravolgimento ormonale, emotivo e sensoriale che si possa provare nell’arco di una vita. Non esiste nient’altro al confronto, “Perché noi siamo amore”, come canta il professor Roberto Vecchioni in Chiamami ancora amore (video allegato).

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