Ripatransone – Riviviamo virtualmente la Processione del Cristo Morto

Grazie al video del ripano Vincenzo Travaglini

Ripatransone (AP), 1 aprile 2021 – La solenne Processione del Cristo Morto di Ripatransone ha una tradizione antichissima che risale al 1624. Profondamente radicata nel folclore locale e altamente suggestiva nelle sue coreografie e nei suoi richiami religiosi, la processione non si effettua da due anni per l’emergenza in atto dovuta alla pandemia.

Nell’arco di quattro secoli, sono state sostituite sia la statua sia la bara. Quelle in uso oggigiorno sono datate 1910: la statua in cartapesta è opera dello scultore leccese Giuseppe Manzo, mentre il disegno della bara è stato realizzato dal professore ripano Guido Pezzini.

Ripatransone – Vincenzo Travaglini, autore del video

Quest’anno, la riproponiamo virtualmente ai residenti di Ripatransone grazie al video (qui sotto) montato dal loro concittadino Vincenzo Travaglini. Le foto che vi compaiono sono di Mario Pignotti.

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La coreografia della Processione

Con il Cristo Morto adagiato su una grande bara finemente  lavorata e ricamata con filamenti d’oro e la Madonna Addolorata che lo segue a breve distanza la Processione, al suono della Banda Città di Ripatransone, si snoda tra vie e viuzze illuminate ad hoc del suggestivo borgo medioevale, accompagnata da tantissima gente commossa e dalle 5 Confraternite, 5 maschili e 2 femminili, delle varie chiese.

Conclude il suo percorso nella Chiesa Cattedrale di San Gregorio Magno, dopodiché sia il Cristo che la Madonna fanno ritorno nella loro sede naturale, la Chiesa di San Giovanni Decollato, accompagnati dalla Confraternita della Misericordia e Morte che ne ha la custodia. 

 

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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Mascherine usa e getta: nuovo rifiuto 2.2

Una stima parla di quasi due miliardi che finiranno quest’anno negli oceani del mondo


Camerano, 5 aprile 2021 – L’allarme arriva dal Regno Unito, dove una recente analisi condotta dalla North London Waste Authority ha evidenziato come ogni settimana in quel Paese vengano usate e gettate via 102 milioni di mascherine usa e getta. Per rendere l’idea, ricoprirebbero un campo di calcio per ben 232 volte, come scrive la giornalista Francesca Mancuso su greenMe.

Purtroppo è vero: le mascherine usa e getta, quelle che ci proteggono dal virus, sono diventate il rifiuto più importante nell’arco dell’ultimo anno e mezzo. Un rifiuto, per intenderci, che ha superato di gran lunga quello delle bottiglie e dei sacchetti di plastica di cui stiamo per liberarci. Un rifiuto, insieme ai guanti in lattice, che la gente abbandona ovunque: per strada, nelle piazze, nei giardini pubblici, nei campi, lungo i sentieri di montagna, in spiaggia, in alto mare.

Un rifiuto che nessuno smaltisce per paura di un eventuale contagio o, più semplicemente, per menefreghismo. Una negligenza imperdonabile che, a livello trasversale, va imputata sia alla maleducazione delle persone sia all’indifferenza degli enti e delle imprese che dovrebbero smaltirle. Tanto che lo studio britannico, nell’invitare ad affrontare il problema che ormai è mondiale, suggerisce di rivederne la produzione invitando ad utilizzare prodotti biodegradabili.

Un problema serio, dunque, che riguarda tutti e che va risolto al più presto. Ho provato, nel mio piccolo, a testare quanto serio possa essere davvero. L’ho fatto, semplicemente, fotografando le mascherine abbandonate lungo il percorso che faccio abitualmente a Camerano, dove vivo, portando a spasso il mio cane. Un percorso di circa un chilometro e mezzo lungo un tratto di Via Loretana, l’area cani nei giardinetti di Via Scandalli, il parco degli orti. Risultato: ne ho incrociate una trentina. In foto la testimonianza di parte di esse.

Considerato che in Italia i Comuni sono oltre settemila, non è così empirico dire che in totale, in un solo chilometro e mezzo di essi, si siano accumulate come rifiuto oltre 237mila mascherine. Se si moltiplica il dato per tutti i possibili chilometri e mezzo percorribili in ogni Comune, si arriverà ad una cifra stratosferica di mascherine abbandonate sul territorio nazionale. Stimiamo, al ribasso, non meno di una decina di milioni? Sono convinto siano di più.

Una stima dello studio britannico parla di quasi due miliardi di mascherine che quest’anno finiranno negli oceani del mondo. Che facciamo, le lasciamo lì? Educare ad un sano e corretto smaltimento due miliardi di cretini, lo vedo poco percorribile. Chiamare a raccolta Greta Thunberg e i suoi seguaci ambientalisti, altrettanto. Finirà come con la plastica: spenderemo miliardi di euro per sbarazzarcene, e tutto grazie alla stupidità e alla maleducazione di tante persone. Le stesse che ogni giorno si lamentano dell’immane spesa pubblica destinata all’ambiente.

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