Rai 1: a “Buono a Sapersi” Elisa Isoardi parlerà della scarola di Sant’Elpidio a Mare

Lunedì 12 febbraio alle 11 la conduttrice affronterà a tutto tondo il mondo della scarola riccia e liscia (indivia), coltivata anche nel fermano

Fermo – Domani, lunedì 12 febbraio a “Buono a Sapersi”, su Rai Uno alle 11.05 , Elisa Isoardi tratterà il tema della Scarola, una varietà di insalata ricca di virtù e nostra “alleata” contro l’alluce valgo.

Elisa Isoardi, bella e simpatica conduttrice di Buono a Sapersi su Rai 1

Ermanno Murari, agronomo, illustrerà le diverse varietà di scarola e le tecniche per renderla meno amara in cucina.

Luca La Fauci, nutrizionista, ne descriverà le proprietà benefiche, con un occhio alle preparazioni più salutari.

La dottoressa Francesca Vannini, specialista in ortopedia e traumatologia agli Istituti Ortopedici Rizzoli di Bologna, spiegherà come la scarola può essere d’aiuto quando si affrontata la patologia dell’alluce valgo.

Fermo – Una coltivazione d’insalata a Porto Sant’Elpidio

Il maestro di cucina Mario Musci, poi, mostrerà come realizzare due gustosi involtini a base di scarola. Gli farà eco il collega Gabriele Gemma, che preparerà i tentacoli di polpo arrosto su scarola saltata e pomodorini marinati.

Non mancherà un collegamento in diretta con Ivan Bacchi da Sant’Elpidio a Mare (Fermo), ospite di un’azienda che si occupa della produzione e della lavorazione della scarola, riccia e liscia.

Spazio anche al “borsino” della spesa, con le quotazioni di Mr. Prezzo, Claudio Guerrini, dal mercato di “Santa Scolastica” a Bari.


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

a cura di Paolo Fileni
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IO STO COI PASTORI SARDI!

22 febbraio 2019 – Produrre un litro di latte ovino costa più di 0,60 euro. Le industrie casearie che comprano il latte dai pastori sardi – ma pure da quelli laziali, calabresi e siciliani – per trasformarlo in formaggio, lo pagano 0,60 euro al litro: meno di quanto costa produrlo. Ha senso? No. Così, non c’è da stupirsi se una mattina Gavino, Efisio e compagni decidono di prendere il loro latte ovino appena munto e di gettarlo per strada. Una protesta forte, disperata, perché venderlo a quella miseria di prezzo non gli conviene più.

Per un pastore, gettare a terra il latte prodotto dalle sue capre è come tagliarsi le vene e lasciarsi morire dissanguato. Un gesto estremo, un atto di guerra vero e proprio nei confronti dei cartelli industriali – sordi, avidi e menefreghisti – che pensano soltanto al proprio profitto e non guardano in faccia nessuno. Un cartello strafottente, per giunta, perché decide di non presentarsi neppure al tavolo della mediazione messo in piedi dal Governo per conciliare un nuovo prezzo con i pastori.

Un cartello oltretutto scorretto, perché quando resta privo del latte ovino sardo – necessario alla produzione del pecorino romano made in Italy – il latte se lo va a prendere in Romania. Fuori da un protocollo che per poter apporre la scritta “made in Italy” sull’etichetta del formaggio, prevede tassativamente il latte sardo.

Per tutto questo, e qualcosa d’altro, io sto con i pastori sardi. E sono disposto a pagare qualche euro al chilo in più il pecorino romano, se questo serve a non far morire la pastorizia. Alla peggio, se non me lo posso permettere, ne mangerò meno. E lo gusterò con maggior piacere.

Oggi, purtroppo, in Italia va così. Ma va così anche in Olanda, Inghilterra, Germania… Tanto da domandarsi se davvero vale la pena aver fatto quest’Europa Unita, e aver aperto le frontiere al mercato globale. Perché il problema del latte ovino dei pastori sardi, è lo stesso problema dei produttori di arance e clementine, di pomidoro, di olive, di uva e mele che, per raccogliere i loro prodotti, sono costretti ad utilizzare il caporalato e rendere letteralmente schiavi i raccoglitori: extracomunitari pagati 25 euro al giorno per dodici ore di lavoro.

Pensiamoci, noi consumatori, quando mettiamo in tavola il cesto della frutta o grattugiamo estasiati il pecorino romano su un piatto di amatriciana. Dietro questi prodotti ormai alla portata di tutti, c’è un cartello industriale o della grande distribuzione che per profitti enormi ce li mette a disposizione affamando e schiavizzando il primo anello della filiera alimentare: il produttore.

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