Informazione e web. Una prateria di bufale da domare

Roma. E se i giovani si bevono tutto quel che passa su internet? Se da un lato, i social network stanno diventando la principale fonte di notizia tra i giovani, dall’altro pare che la maggior parte di loro non sappia distinguere una notizia vera da una falsa.

La prima affermazione emerge da uno studio dell’European journalism observatory. La seconda  proviene da un rapporto pubblicato dall’università di Stanford sul proprio sito, basato su quasi ottomila studenti delle superiori e dei primi anni di università.

Le bufale, ovvero false notizie, viaggiano quotidianamente sul web
Le bufale, ovvero false notizie, viaggiano quotidianamente sul web

Il risultato dello studio ha fatto emergere che l’82% degli studenti non sa distinguere una notizia da un contenuto sponsorizzato e il 40% ha legato automaticamente una foto di un cerbiatto con malformazioni a una notizia sul disastro nucleare di Fukushima, come riporta un comunicato dell’Ansa.

Capita così che circoli la fotografia della sfinge coperta di neve e tutti vadano a pontificare sul cambiamento del clima. Nessuno s’interroga se sia proprio la sfinge del Cairo o quella ricostruita in miniatura al Tobu World Square, un parco tematico in Giappone.

Secondo un altro post, in Canada stanno posizionando delle false buche sulla carreggiata per far rallentare gli automobilisti come tentativo originale di combattere l’eccesso di velocità. Per non parlare di tutto quello che si scrive sul terrorismo o sugli immigrati che chiedono caviale e champagne, ancora prima dell’asilo politico.

La bufala delle false buche in Canada
La bufala delle false buche in Canada

Post di questo genere, sui social italiani sono ormai all’ordine del giorno e ne fanno seguito fiumi di commenti indignati. Quindi è palese che in molti abboccano.

Fino a qualche anno fa, bufale del genere erano relegate al capitolo leggende metropolitane. Oggi è l’autorevolezza della rete a farle passare come vere e rimbalzate come un tam-tam su facebook. Molte provengono proprio da siti satirici e non hanno nemmeno la pretesa di passar per vere, ma sui social, il distinguo dai più è ignorato.

fake

Come non cadere nei tranelli della rete?

Alcune notizie possono essere verificate da chiunque, andando a consultare la vera fonte, anche solo via telematica. Per le altre meglio affidarsi ai siti considerati attendibili o a quelli delle testate giornalistiche più autorevoli.

Tra le storielle più gustose, c’è quella della nascita dell’Isis moderato. Stando a quanto si legge, si differenzia da quello radicale perché pianifica gli attentati solo nelle città brutte. La fonte è lercio.it, un sito che non fabbrica bufale, ma fa satira esasperata. Almeno a questa, pare non abbia abboccato nessuno.


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Mascherine usa e getta: nuovo rifiuto 2.2

Una stima parla di quasi due miliardi che finiranno quest’anno negli oceani del mondo


Camerano, 5 aprile 2021 – L’allarme arriva dal Regno Unito, dove una recente analisi condotta dalla North London Waste Authority ha evidenziato come ogni settimana in quel Paese vengano usate e gettate via 102 milioni di mascherine usa e getta. Per rendere l’idea, ricoprirebbero un campo di calcio per ben 232 volte, come scrive la giornalista Francesca Mancuso su greenMe.

Purtroppo è vero: le mascherine usa e getta, quelle che ci proteggono dal virus, sono diventate il rifiuto più importante nell’arco dell’ultimo anno e mezzo. Un rifiuto, per intenderci, che ha superato di gran lunga quello delle bottiglie e dei sacchetti di plastica di cui stiamo per liberarci. Un rifiuto, insieme ai guanti in lattice, che la gente abbandona ovunque: per strada, nelle piazze, nei giardini pubblici, nei campi, lungo i sentieri di montagna, in spiaggia, in alto mare.

Un rifiuto che nessuno smaltisce per paura di un eventuale contagio o, più semplicemente, per menefreghismo. Una negligenza imperdonabile che, a livello trasversale, va imputata sia alla maleducazione delle persone sia all’indifferenza degli enti e delle imprese che dovrebbero smaltirle. Tanto che lo studio britannico, nell’invitare ad affrontare il problema che ormai è mondiale, suggerisce di rivederne la produzione invitando ad utilizzare prodotti biodegradabili.

Un problema serio, dunque, che riguarda tutti e che va risolto al più presto. Ho provato, nel mio piccolo, a testare quanto serio possa essere davvero. L’ho fatto, semplicemente, fotografando le mascherine abbandonate lungo il percorso che faccio abitualmente a Camerano, dove vivo, portando a spasso il mio cane. Un percorso di circa un chilometro e mezzo lungo un tratto di Via Loretana, l’area cani nei giardinetti di Via Scandalli, il parco degli orti. Risultato: ne ho incrociate una trentina. In foto la testimonianza di parte di esse.

Considerato che in Italia i Comuni sono oltre settemila, non è così empirico dire che in totale, in un solo chilometro e mezzo di essi, si siano accumulate come rifiuto oltre 237mila mascherine. Se si moltiplica il dato per tutti i possibili chilometri e mezzo percorribili in ogni Comune, si arriverà ad una cifra stratosferica di mascherine abbandonate sul territorio nazionale. Stimiamo, al ribasso, non meno di una decina di milioni? Sono convinto siano di più.

Una stima dello studio britannico parla di quasi due miliardi di mascherine che quest’anno finiranno negli oceani del mondo. Che facciamo, le lasciamo lì? Educare ad un sano e corretto smaltimento due miliardi di cretini, lo vedo poco percorribile. Chiamare a raccolta Greta Thunberg e i suoi seguaci ambientalisti, altrettanto. Finirà come con la plastica: spenderemo miliardi di euro per sbarazzarcene, e tutto grazie alla stupidità e alla maleducazione di tante persone. Le stesse che ogni giorno si lamentano dell’immane spesa pubblica destinata all’ambiente.

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