Cuochi d’Italia – Umbria batte Lazio. Ma Fabrizio Sepe verrà ripescato

Questa sera tocca al marchigiano Paolo Paciaroni che dovrà vedersela con la fortissima Antonella Coppola della Campania

La settimana che precede le semifinali di Cuochi d’Italia su TV8 si annuncia molto calda. La formula della gara cambia ancora e questa volta i concorrenti hanno a disposizione un paniere di prodotti storici e tipici della loro regione e i due giudici, Gennaro Esposito e Cristiano Tomei scelgono l’ingrediente principale.

Fabrizio Sepe chef del Lazio e Rosita Merli chef dell’Umbria

Ieri si sono scontrati Rosita Merli la cuoca di Gubbio, quindi Umbria, e Fabrizio Sepe patron delle Tre Zucche a Roma. Due identità molto diverse a confronto, commentano i giudici.
Rosita è la casa, la tradizione, la famiglia. Gode delle piccole cose. Fabrizio ha la competizione nel dna e non si ferma davanti a nulla. Di fronte a Rosita ci sono molti prodotti tipici umbri come lenticchie, ceci, bacche di ginepro, cicoria selvatica, aceto balsamico bianco, crescia.

La carpa del lago Trasimeno

Davanti a Fabrizio il paniere laziale è composto da fave, fiori di zucca, asparagi, zucchine romane, puntarelle, ricotta, due pani, uva pizzutella. Il primo ingrediente scelto dai giudici viene dall’Umbria.
Gli umbri la chiamano la regina: è la carpa del Trasimeno” dice Esposito. “Ottima al forno, arrosto, alla griglia. La farei anche fritta” Commenta Tomei. “Sei mai stata sul Trasimeno Rosita?” Domanda Borghese. “Una volta per prendere il pesce. Pioveva troppo e sono rimasta seduta in macchina”.

Avrei preferito un piccione. Ci provo”. Ammette Fabrizio che ha il compito di lazializzare la carpa, un pesce d’acqua dolce che non ha mai cucinato né mangiato. Rosita procede come suo solito. “Cotture insolite. Non l’ho mai vista fare un soffritto” commenta Tomei all’indirizzo di lei. Preoccupazione di tutti, misurarsi, nascondendolo, con quel sapore di terra/fango tipico dei pesci di lago. La prima manche si chiude 16 a 15 a favore di Rosita. Il suo tocco finale con l’aggiunta del tartufo ha fatto la differenza.

La porchetta cucinata da Fabrizio

La seconda manche si gioca sulla porchetta.  “Sua maestà la porchetta dei Castelli romani” sottolinea Fabrizio. “La sua particolarità sta nella crosta. Nella sua croccantezza. Attenzione a non rovinarla” allertano i giudici.

Ma la porchetta ce l’abbiamo anche noi” pensa a voce alta Rosita che non si scompone e inizia a ragionare sul suo piatto. “Pizza calda bianca e il gioco è fatto” sentenzia Borghese. Ma i due devono fare un piatto completo e non è facile con un ingrediente già cotto.

E mentre tutti assaggiano, golosi, la porchetta che c’è in studio, Fabrizio si affida ai ricordi della sua infanzia e sostituisce il carboidrato con la crema di fave. Rosita, conscia che è un ingrediente difficile come l’uovo o la frittata, si rifà ai profumi delle sagre di paese. Pensa ad una insalata di porcini che però non deve essere fredda, così la scalda a bagno maria sul coperchio rovesciato sopra l’acqua che bolle.
Geniale” è il coro unanime dei giudici.

La porchetta cucinata da Rosita

Quando i piatti arrivano al cospetto dei giudici la tensione è alle stelle. Esposito chiede al pubblico un grande applauso perché sono bellissimi, profumati e invitanti.
I giudizi sono unanimi e molto positivi per entrambi i cuochi. Anche se Tomei ed Esposito non sono d’accordo sull’uso della salsa verde di Fabrizio e del modo con cui ha presentato la cotenna. Ma il suo punteggio finale è molto alto: 30! Rosita non batte ciglio e si gode, sorniona, tutti i complimenti: “Usi i prodotti della tua terra come fossero le sette note. Non sbagli mai una melodia”.

L’espressione di Rosita nell’istante in cui si rende conto di aver vinto la puntata

Vince lei, che arriva a quota 32 punti. Lo sconcerto negli occhi del bravissimo Fabrizio scompare subito quando Borghese gli annuncia che sarà ‘ripescato’ per le semifinali. La gara continua per entrambi.

E stasera tocca a Paolo Paciaroni che difenderà i colori delle Marche contro quelli della Campania di Antonella Coppola.


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Meglio essere formica o essere cicala?

Riflessioni a confronto nell’evolversi della società


Camerano, 19 giugno 2022 – La favola di Esopo la conosciamo tutti, sì sì, quella della formica e della cicala. Quella dove si racconta delle formiche che passano tutta l’estate a faticare e a immagazzinare semi e provviste per l’inverno, mentre le cicale se ne fregano delle provviste e dedicano i mesi estivi a godersi il sole e a cantare da mattina a sera. Poi, quando l’estate passa e arriva il freddo dell’inverno, le formiche hanno cibo per superarlo mentre le cicale muoiono di fame.

Morale a parte (è chiaro che Esopo ci tramette la negatività dell’essere cicala), ai giorni nostri, essere formica vale ancora la pena? Voglio dire, visto l’andazzo delle cose, ha ancora senso passare una vita a spaccarsi la schiena per assicurarsi un inverno decedente e sostenibile, oppure è meglio godersela quanto più è possibile, fare ciò che si vuole e non ciò che si deve, tanto alla fine quando viene l’inverno ci sarà qualcuno che penserà anche alle cicale?

Negli ultimi sessant’anni il mondo è cambiato parecchio. Per certi versi in bene, per altri in male. Parecchio in male. I nostri genitori, negli anni ’60 del secolo scorso, hanno iniziato a fare le formiche e, dopo una vita di lavoro, rinunce e tanto sudore, in linea di principio sono riusciti ad avere una casa di proprietà e ad assicurarsi una vecchiaia senza tribolazioni. Ma quelli erano anni in cui le regole esistevano ed erano rispettate. Oggi?

Oggi, ai genitori dell’ultima generazione non basterebbero tre vite vissute nelle rinunce per riuscire a mettere al sicuro la propria vecchiaia né, tantomeno, a garantire serenità ai propri figli; e forse è anche per questo che di figli non se ne fanno più. Allora, visto come stanno le cose, che senso ha essere formica? Meglio essere cicala, se non altro me la sono goduta!

Meglio essere cicala anche perché, quando l’inverno arriva, arriva anche la Naspi, il reddito di cittadinanza, il sussidio di disoccupazione, lo sconto sulle bollette in base al proprio Isee (che più è basso e meglio è). Il lavoro? Ma che, sei matto? Chi me lo fa fare di sudare le proverbiali sette camicie quando, stando a casa in canottiera, mi danno comunque dei soldi per vivere?

Certo, mica tutti sono così… cicale, le eccezioni esistono, ma sono milioni quelli che non fanno eccezione. Quelli che (anziani indigenti a parte) oggi succhiano dal sociale tutto ciò che possono e che dicono: domani si vedrà! Eppoi, sai che domani! Le pensioni spariranno, così come tanti lavori. Magari arriva la terza guerra mondiale e… amen. Il lavoro è sempre più precario e non permette di programmare il futuro. La vita è così breve che va vissuta e non certo subìta. Meglio mille volte cicala che formica!

Eddai, ci risiamo! Eppure, basterebbe così poco. Basterebbe pagare salari equi ed onesti, con denaro che abbia un potere d’acquisto reale e solido, cosicché, dopo aver pagato l’affitto, le bollette, il cibo per la famiglia, la scuola dei propri figli, restasse ancora qualcosa per qualche capriccio. Negli anni ’60 era così, poi è arrivata la globalizzazione e la Terza Repubblica.

Ma negli anni ’60 le cicale si contavano sulle dita di una mano, e venivano additate come esempio negativo. Oggi, nel 2022, è l’esatto opposto; oggi, le cicale vengono osannate sui social. Fare sacrifici, lavorare sodo anche per poco, aspirare ad un traguardo migliore, sono modi di vivere che non ci appartengono più: che siano le formiche a fare fatica!

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