Cuochi d’Italia, nella terza puntata vince l’Abruzzo con chef Luciano Passeri

A fare la differenza gli spaghetti alla teramana. Questa sera, in gara le Marche con Paolo Paciaroni che sfiderà un collega della Valle d’Aosta

Lo chef maceratese Paolo Paciaroni

L’excecutive chef del Relais Benessere Borgo Lanciano a Castelraimondo, il maceratese Paolo Paciaroni, comincia oggi la sua partecipazione alla seconda stagione di Cuochi D’Italia. Innamorato pazzo della sua terra, inizierà la sfida contro la Valle d’Aosta portando tre ricette classiche legate alla storia antica della cucina marchigiana.

Una sfida tutta da seguire che mette a confronto due cucine regionali molto diverse fra loro per ingredienti, clima, prodotti e mentalità. Marchigiani tutti davanti alla tv, dunque, per tifare il proprio beniamino (ore 19.40 su Tv8).

Al centro, Alessandro Borghese conduttore/arbitro della sfida Cuochi d’Italia su Tv8. Alla sua sinistra e alla sua destra, rispettivamente Gennaro Esposito e Cristiano Tomei, chef stellati e giudici del format culinario

Nella puntata di ieri sera, Silvia dall’Emilia Romagna ha perso contro l’abruzzese Luciano Passeri. A fare la differenza sono stati gli spaghetti alla teramana, una ricetta della tradizione che chef Luciano ha ereditato dalla nonna.

Lo chef abruzzese Luciano Passeri, vincitore di puntata a Cuochi d’Italia

I giudici: Tomei ed Esposito, gli hanno riconosciuto una grande manualità nell’utilizzo dello strumento ‘chitarra’ e maestria nell’assemblare farina, semola, acqua, pomodoro e polpettine (pallottine). Piccolissime, perché: «Si chiamano polpettine, mica polpettone» ha spiegato con ironia lo chef abruzzese.


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di Paolo Fileni

Conte alla conta: cercasi quaglie pronte a saltare

Frenetico mercato di voti e politici per allungare la legislatura


Camerano, 16 gennaio 2021 – Siamo alla conta, al mercato delle vacche, al salto della quaglia, chiamatelo come volete ma, da qualunque parte lo si guardi, il frenetico mercimonio in atto in Parlamento e al Senato (foto) per raccattare i voti necessari alla sopravvivenza del Governo Conte-PD-5Stelle è davvero poco edificante e irrispettoso.

Roba da Repubblica delle banane che, seppur visto e rivisto fin dai tempi della DC e praticato da tutti i partiti politici, evoca sostantivi di segno negativo come tradimento con tutti i suoi sinonimi: infedeltà, voltafaccia, inganno, truffa…

Eh sì, perché ci sta che un politico liberamente e regolarmente eletto dai cittadini all’interno di una precisa compagine politica, durante la successiva legislatura possa cambiare idea. “Solo i morti e gli  stupidi non cambiano mai opinione” ebbe a dire già nel 1800 lo scrittore e critico statunitense James Russell Lowell. Quel che non ci sta, e che invece è avvenuto e sta avvenendo a Roma in questi giorni, è che a cambiare idea, tornare sui propri passi o cambiare radicalmente e di botto schieramento politico, siano senatori della Repubblica che lo fanno per puro tornaconto personale.

Qualcuno lo fa per soldi, altri lo fanno per garantirsi un futuro politico e per restare quanto più possibile all’interno del Palazzo, altri ancora lo fanno per consumare vendette personali. Insomma, qualunque siano le vere molle che li portano al salto della quaglia, saranno tutti concordi e accomunati da un’unica dichiarazione ufficiale: “In questi tempi così difficili, lo facciamo per senso di responsabilità; il Paese versa in gravi condizioni economiche e sociali, è nostro dovere dare una mano per uscire dalla crisi”.

Quel che è peggio, è che la Costituzione glielo permette. Nel caso di una crisi come quella attuale, prima di rimettere il mandato nelle mani del Presidente della Repubblica, un Presidente del Consiglio ha il dovere di verificare se in Parlamento ci sono i numeri e le persone necessarie a garantirgli una maggioranza. Da dove arrivino quei numeri, o a quali schieramenti politici appartengano le persone, non interessa a nessuno. Non importa se a garantire i numeri sia un’accozzaglia di colori senza senso e dignità politica: gialli, rossi, verdi, azzurri, va tutto bene purché sia. Purché duri. A qualsiasi prezzo. Alla faccia delle ideologie, dei programmi elettorali, della storia e dei percorsi.

Alla faccia di quei babbei di cittadini che, votato il programma di un partito e dato mandato a una loro figura politica di fiducia affinché lo realizzi nell’arco di una legislatura, dopo un anno o due vedono questa figura cambiare idea, a volte corrente, spesso partito.

Qui, non si tratta di andare a votare a tutti i costi: se un’altra maggioranza è possibile, è corretto che il premier Conte ne prenda atto, la metta insieme e continui nel mandato. Qui, si tratta di avere in Parlamento più politici capaci, coerenti, responsabili e meno mandriani e quaglie. Come fece a suo tempo Gesù Cristo, sarebbe opportuno cacciare i mercanti dal tempio. Pardon, dal Palazzo.

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