Battaglia di Castelfidardo. La Gendarmeria Vaticana omaggia i propri caduti del 1860

Castelfidardo. Domani, martedì 18 ottobre, una delegazione della Gendarmeria Vaticana renderà omaggio ai caduti delle truppe pontificie nel corso della battaglia di Castelfidardo del 18 settembre 1860, tappa cruciale del processo risorgimentale italiano in cui si affrontarono nel territorio di Monte Oro l’esercito papalino condotto dal generale de La Moricièr e quello piemontese guidato da Enrico Cialdini.

Una parata della Gendarmeria vaticana
Una parata della Gendarmeria Vaticana

E’ la prima volta che il corpo della Gendarmeria – il cui compito è la protezione e difesa del Sommo Pontefice in tutti i suoi spostamenti – depone una corona d’alloro nel Sacrario Ossario di Castelfidardo, luogo della memoria dai forti significati, ove furono raccolti e tumulati i caduti di ambo le fazioni per preservarli da un’anonima e poco celebrata sepoltura a terra.

La Gendarmeria Vaticana ha scoperto solo recentemente tale circostanza e per colmare una sorta di lacuna storica ha effettuato nei mesi scorsi un sopralluogo prendendosi l’impegno di tornare per una cerimonia più solenne.

L'ossario sacrario di Castelfidardo
L’ossario sacrario di Castelfidardo

Ecco dunque che nella mattinata di domaniì intorno alle 10, la delegazione capitanata dal Colonnello D`Amico si recherà all’Ossario Sacrario accolta dall’Amministrazione comunale, dalla Fondazione Ferretti e scortata dalla Polizia locale, per poi trasferirsi in piazza della Repubblica (chiusa al traffico dalle 10 alle 13), ove la fanfara eseguirà delle marcette musicali in onore della nostra città.

Castelfidardo: tappa decisiva dell’Unità d’Italia.

Ecco un estratto dal racconto di Rosalba Pigini che descrive l’atmosfera battaglia

C’è una collina, al confine sud-est del territorio di Castelfidardo che, pur non essendo molto alta, permette a chi vi si trova di sentirsi sospeso in un luogo infinito. A est ci sorprende la riviera del Conero con il suo mare cristallino, a sud ci consola la vista del Santuario di Loreto, a ovest Recanati e in lontananza, talora sfocato, talora tanto limpido da dare l’impressione di poterlo toccare, il profilo dei monti Sibillini. E ancora, a fare da corona, tra roverelle, ulivi, pini e piccole radure, Camerano, Porto Recanati, Osimo e l’abitato di Castelfidardo. Siamo al centro delle Marche, terra abitata dalla popolazione dei Piceni nell’età del ferro, terra dove fondarono alcune città i Dori, stirpe della Grecia antica e terra che fu la V Regio romana in epoca augustea, luogo ricco di storia e cultura.
Sulle cartine la collina è indicata come Monte Oro, ma per gli abitanti del luogo è semplicemente “la selva”. Un gioiello naturalistico di circa 36 ettari di bosco, relitto delle antiche foreste preistoriche rimasto pressoché inalterato…

Il generale De Pimodan in una stampa dell'epoca
Il generale De Pimodan in una stampa dell’epoca

… Laggiù nella pianura ai suoi piedi le divise nere e rosse del Corpo dei Volontari Pontifici si schieravano fra il vallato e la collina della Selva, guidati dal generale francese Christophe de la Moricière. A lui era stato affidato il comando dell’Armata dal Pontefice nell’aprile di quello stesso anno e il 20 maggio era stato l’artefice della costituzione del Corpo degli Zuavi, giovani di nobili famiglie accorsi da diverse nazioni europee all’appello del Papa. L’intenzione del Generale era di raggiungere Ancona per occuparla, ma il contemporaneo schieramento delle truppe piemontesi dall’altra parte della collina, tra le Crocette e il fiume Aspio, a sbarrargli la strada, tolse a De la Moricière la possibilità di passare senza impegnarsi in battaglia. Schierò i suoi uomini in 3 colonne e affidò il comando della colonna d’attacco a George de Pimodan. Questi, sapeva di avere un compito suicida ma lo affrontò con grande coraggio e determinazione.

Nell’altro schieramento, le giubbe azzurre dei Sardo-Piemontesi erano agli ordini del Generale Cialdini, al quale si deve il merito dell’organizzazione, in quel 1860, della calata nelle Marche del IV Corpo d’Armata che da Cattolica, con un’avanzata travolgente, punterà su Ancona per conquistare tutta la regione.
La sua ottima visione tattica e strategica delle operazioni gli fece decidere la tempestiva occupazione delle colline di San Rocchetto e delle Crocette, per chiudere la strada al nemico e impedirgli di conquistare la roccaforte di Ancona e asserragliarvisi. L’annessione delle Marche e dell’Umbria era necessaria allo Stato Piemontese per congiungersi con le terre del Regno delle Due Sicilie conquistate da Garibaldi. Ora Cialdini era lì a Castelfidardo alla guida di fanti e bersaglieri protesi all’ultimo assalto.

 

Il generale Cialdini
Il generale Cialdini

La notte del 17 settembre 1860, scese, silenziosa, distendendosi sui due eserciti schierati e consapevoli dello scontro imminente… A lle prime luci del giorno, improvviso, l’ordine di attacco si levò dal campo dei papalini. E il silenzio lasciò il posto alle cannonate. I passi dei fanti si fecero sempre più rapidi e quelli dei cavalli frenetici. E fu un inferno di fuoco, di grida, di richiami. Si cominciò a combattere e morire.

Avanzate, arretramenti, soldati feriti soccorsi dai compagni, corpo a corpo per conquistare uno spicchio di terra in più, su, verso la cascina Sciava sulla sommità della collina. Fuoco, spari, paura, coraggio, timori, speranze e dolore. Sotto una quercia, il generale de Pimodan, ferito, continuava a esortare i suoi al combattimento, guidandoli. Poi, colpito per la terza volta, cadde ferito a morte.

Battaglia di Castelfidardo. Tempera di Carlo Bossoli
Battaglia di Castelfidardo. Tempera di Carlo Bossoli

Fu fatto prigioniero, trasportato alla Cascina per essere curato e onorato anche dai nemici. Ai bersaglieri vengono a dare manforte i due battaglioni di fanteria del generale Cialdini e la battaglia giunge al culmine: assalti alla baionetta, mischie accanite; molti restano sul campo. Le forze preponderanti dei piemontesi hanno la meglio: alle 14 la battaglia è conclusa..


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Mascherine usa e getta: nuovo rifiuto 2.2

Una stima parla di quasi due miliardi che finiranno quest’anno negli oceani del mondo


Camerano, 5 aprile 2021 – L’allarme arriva dal Regno Unito, dove una recente analisi condotta dalla North London Waste Authority ha evidenziato come ogni settimana in quel Paese vengano usate e gettate via 102 milioni di mascherine usa e getta. Per rendere l’idea, ricoprirebbero un campo di calcio per ben 232 volte, come scrive la giornalista Francesca Mancuso su greenMe.

Purtroppo è vero: le mascherine usa e getta, quelle che ci proteggono dal virus, sono diventate il rifiuto più importante nell’arco dell’ultimo anno e mezzo. Un rifiuto, per intenderci, che ha superato di gran lunga quello delle bottiglie e dei sacchetti di plastica di cui stiamo per liberarci. Un rifiuto, insieme ai guanti in lattice, che la gente abbandona ovunque: per strada, nelle piazze, nei giardini pubblici, nei campi, lungo i sentieri di montagna, in spiaggia, in alto mare.

Un rifiuto che nessuno smaltisce per paura di un eventuale contagio o, più semplicemente, per menefreghismo. Una negligenza imperdonabile che, a livello trasversale, va imputata sia alla maleducazione delle persone sia all’indifferenza degli enti e delle imprese che dovrebbero smaltirle. Tanto che lo studio britannico, nell’invitare ad affrontare il problema che ormai è mondiale, suggerisce di rivederne la produzione invitando ad utilizzare prodotti biodegradabili.

Un problema serio, dunque, che riguarda tutti e che va risolto al più presto. Ho provato, nel mio piccolo, a testare quanto serio possa essere davvero. L’ho fatto, semplicemente, fotografando le mascherine abbandonate lungo il percorso che faccio abitualmente a Camerano, dove vivo, portando a spasso il mio cane. Un percorso di circa un chilometro e mezzo lungo un tratto di Via Loretana, l’area cani nei giardinetti di Via Scandalli, il parco degli orti. Risultato: ne ho incrociate una trentina. In foto la testimonianza di parte di esse.

Considerato che in Italia i Comuni sono oltre settemila, non è così empirico dire che in totale, in un solo chilometro e mezzo di essi, si siano accumulate come rifiuto oltre 237mila mascherine. Se si moltiplica il dato per tutti i possibili chilometri e mezzo percorribili in ogni Comune, si arriverà ad una cifra stratosferica di mascherine abbandonate sul territorio nazionale. Stimiamo, al ribasso, non meno di una decina di milioni? Sono convinto siano di più.

Una stima dello studio britannico parla di quasi due miliardi di mascherine che quest’anno finiranno negli oceani del mondo. Che facciamo, le lasciamo lì? Educare ad un sano e corretto smaltimento due miliardi di cretini, lo vedo poco percorribile. Chiamare a raccolta Greta Thunberg e i suoi seguaci ambientalisti, altrettanto. Finirà come con la plastica: spenderemo miliardi di euro per sbarazzarcene, e tutto grazie alla stupidità e alla maleducazione di tante persone. Le stesse che ogni giorno si lamentano dell’immane spesa pubblica destinata all’ambiente.

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