Comitato Stamira: “Lasciate il Parco del Cardeto ai cittadini”

In sette punti elencati i desiderata per la tutela e la salvaguardia dell’area

Ancona – Da tempo sui media locali si parla della possibile realizzazione di un ristorante di lusso e un bar al Faro del Colle dei Cappuccini, all’interno del Parco del Cardeto Scataglini.

Tante le associazioni cittadine e i gruppi politici d’opposizione che sono insorti contro quel progetto: sembrerebbe che buona parte degli anconetani vorrebbero lasciare le cose come stanno. Sì alla manutenzione del luogo, No ad interventi edilizi e commerciali che snaturerebbero l’essenza del Parco.

Ancona. Il vecchio faro al colle dei Cappuccini

Fra questi, l’ultimo appello per la salvaguardia del Faro arriva dal Comitato Stamira che si rivolge al sindaco Valeria Mancinelli, e ai prossimi candidati sindaci, affinché si impegnino ufficialmente a mantenere l’integrità del Parco e a tutelare i diritti dei cittadini.

Nel dettaglio, riconfermando le precedenti richieste già inviate all’Amministrazione comunale, il Comitato Stamira fissa in 7 punti il proprio pensiero su come andrebbe tutelata l’area:

  1. Vietando l’accesso ai veicoli a motore, ad eccezione di quelli di chi vi risiede
  2. Tutelando interamente la fruizione pedonale pubblica
  3. Negando ogni possibilità di realizzare nuovi parcheggi per autovetture
  4. Facendo in modo che gli accessi di transito rimangano quelli attuali senza modifiche di larghezza delle carreggiate
  5. Proibendo la realizzazione di nuovi perimetri di recinzioni delle aree circostanti gli edifici
  6. Limitando le illuminazioni a quelle strettamente necessarie, di bassa intensità e schermate verso l’alto al fine di contrastare il più possibile l’inquinamento luminoso
  7. Tutelando la vegetazione spontanea.

E auspicando che l’Amministrazione comunale metta in campo tutte le proprie risorse e collabori con i cittadini per farsi responsabilmente carico del pieno conseguimento dei suddetti obiettivi, facendo in modo che ogni eventuale decisione presa sia indiscutibilmente e pienamente conforme ad essi.

 

redazionale


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Scarpe e panchine rosse per colpa di anime nere

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne


Camerano, 25 novembre 2021 – Si celebra oggi, in tutto il mondo civile, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, data simbolo scelta perché in questo giorno del 1960 a Santo Domingo tre sorelle – Patria, Minerva, Maria Teresa Mirabal – vennero uccise e gettate in un burrone dagli agenti del dittatore Rafael Leonidas Trujillo. Data ripresa il 25 novembre 1981 quando si organizzò il primo Incontro Internazionale Femminista delle donne latinoamericane e caraibiche, e da quel giorno divenne data simbolo. Istituzionalizzata definitivamente dall’Onu nel 1999.

Sono dunque quarant’anni esatti che il mondo, prendendo a simbolo una data, ha ufficializzato e condannato la brutalità dell’uomo, del maschio, nei confronti delle donne. Una violenza fatta di soprusi, ricatti continui, botte spesso sfociate in delitti, che per la verità esiste da sempre ad ogni latitudine e si perde nella notte dei tempi.

Nel mondo la violenza contro le donne interessa una donna su tre.

In Italia i dati ISTAT mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner.

In Italia, circa ogni tre giorni una donna viene uccisa in quello che viene definito il fenomeno dei femmicidi. Secondo il Rapporto Istat 2018 sulle vittime di omicidi pubblicato dal Ministero degli Interni, il 54,9% degli omicidi di donne sono commessi da un partner o ex partner, il 24,8% da parenti, nell’1,5% dei casi da un’altra persona che la vittima conosceva (amici, colleghi, ecc.)

Oggi in tutta Italia, ogni Comune, Provincia, Regione, Associazione di categoria, denuncia il fenomeno dei femminicidi e dice no alla violenza sulle donne. Lo fa con eventi ed iniziative d’ogni sorta tutte accomunate dal colore rosso: facciate dei palazzi e monumenti illuminati di rosso, panchine colorate di rosso, scarpe rosse abbandonate sul selciato delle piazze. Un simbolo, quello delle scarpe rosse, ideato nel 2009 dall’artista messicana Elina Chauvet con l’opera Zapatos Rojas. Installazione apparsa per la prima volta davanti al consolato messicano di El Paso, in Texas, per ricordare le centinaia di donne rapite, stuprate e uccise a Ciudad Juarez.

Questo colore rosso riporta alla mente il colore del sangue versato dalle tante donne vittime di femminicidio, contrapposto al nero dell’anima dei loro stupratori, violentatori e assassini. L’anima nera di quei maschi mai cresciuti che considerano la donna una loro proprietà esclusiva, al punto da arrivare ad uccidere la propria compagna o ex, quando si rendono conto d’averla persa definitivamente. La proprietà, ovviamente, mica la donna, che è soltanto colpevole di avergli detto o dimostrato che lei non è proprietà di nessuno se non di se stessa.

Domani, spento il colore rosso, resterà il nero di quelle anime perse e una statistica da aggiornare. Si lavorerà per aiutare quelle donne e quei figli scampati alla violenza ma, soprattutto, si dovrà trovare il modo per insegnare agli stalker che una donna non è un oggetto, che una storia d’amore può finire, che un femminicidio non può affermare una supremazia che non è mai esistita se non nella loro testa. E bisogna trovarlo, quel modo, prima che la perdano del tutto la testa.

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